"In questi giorni di elezioni presidenziali statunitensi, Marco Rizzo, Segretario Generale del Partito Comunista, ha commentato in un post su facebook: "Il Presidente USA è il servo di chi con l’1%, governa il 90% della ricchezza: giganti del Web, apparato militar-industriale, grandi banche e finanza". Mai è stato fatto migliore commento sulla politica e sul ruolo del Presidente USA e le parole di Rizzo sono totalmente comprovate dall'articolo di Manlio Dinucci, che rivela chi è realmente Joe Biden e cosa ha fatto in passato, quando ha ricoperto alte cariche di Stato, facendo così raffreddare e frenare gli entusiasmi che certa sinistra, non solo socialdemocratica e riformista nostrana, ha mostrato quando si è saputo della definitiva sconfitta di Trump. Certo, è importante leggere i fatti politici che avvengono negli USA, ma occorre non lasciarsi trasportare da facili entusiasmi, dato che da sempre i dominatori del mondo (il capitalismo militare, industriale e finanziario statunitense) hanno saputo imporre loro personaggi sul seggio presidenziale USA e sempre sarà così fintanto che non si sradicherà la società capitalista e non si
instaurerà una società comunista. E questo non potrà mai avvenire con il voto e all'interno dell'attuale sistema esistente.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
La politica estera di Joe Biden
Manlio Dinucci, 10.11.2020, “Il Manifesto”
L'arte della guerra. Le linee portanti del programma di politica estera che la nuova amministrazione Usa si impegna ad attuare sono espressione di un partito trasversale
Joe Biden, il presidente eletto
© Lapresse
Quali sono le linee programmatiche di politica estera che Joe Biden attuerà quando si sarà insediato alla Casa Bianca? Lo ha preannunciato con un dettagliato articolo sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2020), che ha costituito la base della Piattaforma 2020 approvata in agosto dal Partito Democratico. Il titolo è già eloquente: «Perché l’America deve guidare di nuovo / Salvataggio della politica estera degli Stati uniti dopo Trump». Biden sintetizza così il suo programma di politica estera: mentre «il presidente Trump ha sminuito, indebolito e abbandonato alleati e partner, e abdicato alla leadership americana, come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo».
Il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato, che è «il cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati uniti». A tal fine Biden farà gli «investimenti necessari» perché gli Stati uniti mantengano «la più potente forza militare del mondo» e, allo stesso tempo, farà in modo che «i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa» secondo gli impegni già assunti con l’amministrazione Obama-Biden.
Il secondo passo sarà convocare, nel primo anno di presidenza, un «Summit globale per la democrazia»: vi parteciperanno «le nazioni del mondo libero e le organizzazioni della società civile di tutto il mondo in prima linea nella difesa della democrazia». Il Summit deciderà una «azione collettiva contro le minacce globali». Anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali»; allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua portata globale».
Poiché «il mondo non si organizza da sé», sottolinea Biden, gli Stati uniti devono ritornare a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole, come hanno fatto per 70 anni sotto i presidenti sia democratici che repubblicani, finché non è arrivato Trump». Queste sono le linee portanti del programma di politica estera che l’amministrazione Biden si impegna ad attuare.
Tale programma – elaborato con la partecipazione di oltre 2.000 consiglieri di politica estera e sicurezza nazionale, organizzati in 20 gruppi di lavoro – non è solo il programma di Biden e del Partito Democratico. Esso è in realtà espressione di un partito trasversale, la cui esistenza è dimostrata dal fatto che le decisioni fondamentali di politica estera, anzitutto quelle relative alle guerre, vengono prese negli Stati uniti su base bipartisan.
Lo conferma il fatto che oltre 130 alti funzionari repubblicani (sia a riposo che in carica) hanno pubblicato il 20 agosto una dichiarazione di voto contro il repubblicano Trump e a favore del democratico Biden. Tra questi c’è John Negroponte, nominato dal presidente George W. Bush, nel 2004-2007, prima ambasciatore in Iraq (con il compito di reprimere la resistenza), poi direttore dei servizi segreti Usa.
Lo conferma il fatto che il democratico Biden, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne nel 2001 la decisione del presidente repubblicano Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e, nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan di 77 senatori che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa.
Sempre durante l’amministrazione Bush, quando le forze Usa non riuscivano a controllare l’Iraq occupato, Joe Biden faceva passare al Senato, nel 2007, un piano sul «decentramento dell’Iraq in tre regioni autonome – curda, sunnita e sciita»: in altre parole lo smembramento del paese funzionale alla strategia Usa. Parimenti, quando Joe Biden è stato per due mandati vicepresidente dell’amministrazione Obama, i repubblicani hanno appoggiato le decisioni democratiche sulla guerra alla Libia, l’operazione in Siria e il nuovo confronto con la Russia. Il partito trasversale, che non appare alle urne, continua a lavorare perché «l’America, ancora una volta, guidi il mondo».